OVENTIC: a volte ritorno, in maniera sempre diversa

20ZLN è tornato in terra autonoma e ribelle. Per alcuni di noi è stata la prima esperienza all’interno di una delle realtà zapatiste.

Appena arrivati ad Oventic, a meno di cento chilometri da San Cristobal de las Casas, la prima cosa che vediamo è il cartello all’entrata della comunità che recita ”Para todos todo. Nada para nosotros”. Le prime persone che ci vengono incontro sono membri della comissione di vigilanza. Nonostante avessimo già visto molte volte l’immagine di quei volti coperti dai passamontagna, incontrare i loro sguardi in quel luogo ci destabilizza. Una breve attesa e ci vengono aperti i cancelli del caracol di Oventic.

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Una volta dentro, facendo il giro del caracol, ci colpiscono immediatamente i coloratissimi e significativi murales. ”Cuando una mujer avanza no hay hombre que retroceda”, ”en las escuelas autónomas zapatistas se educa a la infancia en el espíritu y concepción colectiva”, ”el álgebra de la educación revolucionaria es la dialéctica”, ”sin los niños no hay felicidad”. Queste alcune delle frasi che leggiamo e veniamo subito catapultati in un mondo differente.

Attraversiamo così una parte del carocol e incontriamo bambini e ragazzi che durante la ricreazione giocano a basket: sui due canestri al centro c’è una stella rossa. Su uno la scritta ”justicia” e ”democracia” sull’altro.

Andrea, che viene qui da dieci anni, ogni volta li fotografa quasi fosse un rituale.

Ci dirigiamo verso la Junta de Buen Gobierno e attendiamo impazienti di venire accolti.

Andrea ci aveva avvisato che nelle comunità Zapatiste i tempi sono diversi perché le decisioni vengono sempre prese in gruppo e dovendo passare attraverso un processo di elaborazione collettiva essi sono dilatati. Un altra cosa a cui non siamo abituati.

Questa volta invece entriamo quasi subito.

Ci stupisce positivamente vedere che al tavolo della Junta sono sedute tre donne, segno dell’emancipazione e progresso raggiunti dalle comunità. Oltre a loro, nella stanza sono presenti altri uomini e donne, membri della Junta. I loro volti, sebbene coperti da paliacate e passamontagna, così come le foto e i manifesti alle pareti raccontano già tanto agli occhi di chi, come noi, li incontra per la prima volta.

Appena seduti davanti al tavolo, l’emozione è tanta. Ci danno il benvenuto e dopo esserci presentati raccontiamo il perché siamo lì e cosa ci colpisce della loro ‘lucha’.

Ci spiegano che attualmente la guerra che combattono non è militare, ma sociale e politica, una guerra di bassa intensità. Ciò significa che il governo ostacola in diverse maniere lo sviluppo dell’autonomia zapatista. Boicottaggio di materie prime, intimidazioni, programmi di “sviluppo” e finanziamento delle famiglie non zapatiste sono all’ordine del giorno. Ci guardano e ci ripetono che tanto loro continueranno a resistere. Non hanno dubbi. E lo fanno sempre con umiltà spiazzante, potente, semplice e genuina.

Raccontiamo come sia l’attuale situazione politica ed economica in Europa e come, nonostante le grandi differenze, le problematiche che ci troviamo ad affrontare siano similari e le nostre lotte siano accomunate dallo spirito di giustizia e libertà.

Raccontiamo il progetto 20ZLN ma anche come Enrico e Matteo sono arrivati a solcare il cancello del caracol. Raccontiamo della loro storia musicale e del progetto congiunto con 20ZLN di realizzare alcuni brani musicali che raccontino lo zapatismo e le storie di resistenza che nel viaggio incontriamo.

Prima di dirigerci verso il comedor per pranzare con pollo e quesadillas lasciamo diversi appoggi economici, da quello scontato di 20ZLN a quello de Lo Stato Sociale, passando per quello di Margherita e Alice, per lo sviluppo dei diversi progetti che giorno dopo giorno permettono a zapatisti e zapatiste, e a chi ha bisogno, di sviluppare autonomia materiale dal governo: i sistemi scolastici e sanitari permettono a chi vive la zona Altos di non doversi servire dei servizi dati dal governo.

”Qui il malgoverno non esiste, il popolo comanda e il governo obbedisce” frasi che noi usiamo ironicamente, o ideologicamente, tra una chiacchiera e l’altra o come disilluse utopie e che qui, invece, pronunciano come se fosse la cosa più naturale del mondo. Capiamo che la nostra utopia qui è realtà.