Quando il cielo si mescola con la terra: al quinto giorno di festival sulle scienze si somma il Congresso Nazionale Indigeno

Ormai non abbiamo più alcuna fiducia, ma forse non c’è mai stata,  nelle previsioni meteo: anche oggi hanno fatto cilecca. Constatata l’inutilità della crema solare, ad aspettarci in agguato fuori dalla porta della casa collettiva dove siamo ospitati troviamo solo pioggia, freddo e nebbia ma non saranno certo le condizioni meteo a fermarci e rallentare il festival.


Certo il meteo ci fa rallentare un pochino e mette a dura prova la nostra la voglia di metterci in fila per un’ora e mezza per poter prendere posti decenti, o solo una sedia in ultima fila.

Dire che la densità di popolazione del CIDECI è aumentata è dire poco. Tra partecipanti tardivi e, soprattutto, le delegazioni al completo del Congresso Nazionale Indigeno, gli abitanti per metro quadrato di questa dimensione parallela detta zapatismo sono aumentati in modo esponenziale.

Spesso non serve nemmeno guardare il cartellino che distingue i membri del CNI dagli altri e altre partecipanti. Bastano i cappelli piumati, le gonne di pelo, i capelli intrecciati, i poncho caldi. Poi, immaginario stereotipato a parte, non tutti indossano, ovviamente, abiti tradizionali ma chi li porta aggiunge una nota di colore a questa giornata particolarmente grigia. Alle 14.30 scatta la pausa pranzo, il CIDECI offre il pasto ai delegati del CNI e agli alunni incappucciati. Due lunghe file si formano per aspettare il proprio turno: dall’auditorium alla mensa è un serpentone di passamontagna, dall’ingresso alla cucina una composizione mista di colori, abiti tradizionali, cellulari, borsette, t-shirt e felpe a formare un meltingpot che rompe e conferma allo stesso tempo gli stereotipi sull’essere indigeno.

Alcuni organizzano un piccolo altare in onore della Vergine di Guadalupe, con un telo fatto cucendo insieme una decina di fazzoletti rossi e gialli degli EZLN, candele, l’immagine della Vergine, che rappresenta la Madre Terra per gli indigeni, ciotole con offerte come pannocchie e frutta.

Oggi gli incontri hanno qualche intoppo in più, alcuni saltano, alcuni vengono spostati, altri sostituiti da conferenze video leggermente sconnesse e gracchianti. Ne viene cancellato uno che prometteva molto bene: come immagine di presentazione aveva un coniglietto con in mano una molotov. ¡Hijole!

I diversi delegati del CNI non sono al CIDECI solo per confrontarsi tra di loro e decidere se candidare, o meno, come indipendente alle elezioni 2018 una donna indigena, le popolazioni indigene sono impegnate a far sentire la loro voce, discutendo e parlando con i partecipanti del festival, distribuiscono volantini, documenti, libri che narrano delle loro condizioni e problemi come anche delle loro lotte e soluzioni.

A lasciare un segno e a riempire il quaderno di appunti, oggi sono, in particolare, due interventi.

Uno è “Empatia e evoluzione” che compara società e microrganismi biologici: entrambi sopravvivono ed evolvono grazie alla cooperazione, al mutuo aiuto, al comune sentire e non con  la darwiniana competizione di competenze.

L’altro è “Ecologia come una scienza e come una componente delle cosmovisioni” del Dr. John Vandermeer, che all’inizio della sua presentazione cita Richard Levins. “Una teoria scientifica che ha l’effetto di giustificare l’oppressione è una teoria scientifica incorretta”.

Alla sessione generale di stasera parla il Subcomandante Moisés che comunica il triste annuncio dell’annullamento della festa, che solitamente si tiene ogni anno nel caracol  di Oventik per commemorare il primo giorno del levantamiento zapatista del 1994. Cede poi la parola a due dei rappresentanti delle popolazioni indigene, parola che loro si prendono, ricordando a tutti e tutte la situazione in cui si trova il CNI e loro battaglie.

Evitando di citare le nostre cronache di un mal di pancia, si conclude così la prima parte del festival.

20ZLN si prende una pausa per l’ultimo dell’anno perchè, anche se Gramsci afferma che “Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi. <…> Perciò odio il Capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un Capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo.”, a noi le feste, i momenti collettivi, la musica e i fuochi d’artificio piacciono molto, soprattutto qui in Messico. Quindi odiando il capodanno faremo festa amando il 1 gennaio, giorno che dal 1994 è simbolo di ribellione, resistenza e dignità.

30/31 dicembre, Ore: prima di prepararsi alla guerra di fuochi artificiali del Capodanno, San Cristóbal de Las Casas, Letto a castello come sempre in basso e  a sinistra.