Ciudad de Mexico: noi in strada, Cnte in piazza

Ad avvisarci della cosa è un tweet de LaJornada (quotidiano della sinistra democratica del DF): il presidio dei maestri in lotta, che pareva cancellato dallo sgombero dell’altro ieri è in via di riorganizzazione, ora. Basta uno sguardo: andiamo. Usciamo di fretta, dopo un mese ad annusare zapatismo già pregustavamo due giorni di defatigante prima del ritorno a casa e dell’immersione nel libro di #20zln. Invece la voglia ci cresce appena scesi in strada, rileggendo febbrilmente qualche articolo, dicendoci che dobbiamo riuscire a parlarci e raccontare un po’ cosa sta succedendo oggi a Ciudad De Mexico.

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La CNTE, costola dissidente del sindacato nazionale della scuola, nasce come tante tante cose in Chiapas nel 1979.

I suoi obiettivi principali sono tre: democratizzazione del sindacato (SNTE), dell’educazione e dello stato federale messicano. Inizia così l’intervista che riusciamo a strappare a due suoi dirigenti ai margini della piazza.

La tendopoli di piazza della rivoluzione, parzialmente sgomberata due giorni fa, è in via di riorganizzazione appena sotto il monumento alla rivoluzione, davanti all’ingresso del museo omonimo. L’acampada è organizzata per zone di provenienza: docenti di Oaxaca e Guerrero, DF, Michoacan e ovviamente del Chiapas. Tra i corridoi che si aprono tra fili, teli e pentolame, si distribuiscono riviste e giornali mentre noi passeggiamo stupiti e allegri. “Quella che chiamano educativa è in realtà una riforma del lavoro, si mira a mandare a casa il 60% del personale docente mentre non c’è alcun riferimento ai piani di studio né al metodo d’insegnamento”. Non è tutto. In accordo alle precedenti riforme del lavoro, della sanità, delle telecomunicazioni e dell’energia, questa riforma non è che l’ennesimo passaggio verso la privatizzazione della scuola e l’abbattimento della gratuità dell’insegnamento sancita dalla costituzione. Il succedersi di questi attacchi tiene questa vicenda allacciata alle altre lotte che agitano la metropoli. La critica ai media e alla stampa è durissima e senza appello. Mentre ci parlano di questa guerra a bassa intensità la rivoluzione del 1910-17 viene chiamata in causa più volte. In trentacinque anni di battaglie si parla di oltre cento docenti morti o scomparsi, “desaparecidos”. Il cambio di passo neoliberista è datato 1993, con l’accordo nazionale per la riforma dell’educazione primaria. Oggi il governo punta a portare a termine la trasformazione di un diritto di tutti in un servizio per alcuni. Contro questa degenerazione i maestri fanno muro, perché l’educazione non diventi strumento di riproduzione degli interessi e dell’ideologia di stato e capitale. Il Messico era un paese ricco che oggi conta 70 mln di poveri, che resta prevalentemente agrario e conosce enormi differenza tra città e campagna, tra regione e regione. Le parole scorrono rapide mentre la musica degli artisti di strada e un traffico crescente concorrono ad affollare le frequenze del registratore.

14 giugno in Oaxaca. 13 settembre allo Zocalo, la piazza principale di Città del Messico e 5 gennaio al monumento della rivoluzione. Domandiamo dello sgombero dell’altro ieri e la memoria dei nostri narratori corre ai tanti precedenti vicini e lontani.

“Chi nel 1994 tradì gli accordi con l’EZLN è la stessa persona che oggi firma questa riforma, non ha moralità e non crediamo meriti grande fiducia […] La stessa riforma energetica è anticostituzionale perché privatizza a partire dal 2015 le risorse naturali costituzionalmente garantite e anche questo attacco nasce al tempo degli accordi di libero commercio di quell’anno […] Rispettiamo tutte le forme di lotte, la nostra è una resistenza civile e pacifica. L’EZLN, la cui storia è più vecchia di diversi anni, uscì pubblicamente dando una lettura precisa del processo di espropriazione il giorno in cui Carlos Salinas De Gortari affermava che il Messico entrava nel primo mondo. Noi rispettiamo questa lotta ma usiamo strumenti diversi, è una lotta pacifica che vive nella strada”.

La memoria corre ancora al due ottobre ’68. Immagini e nomi impressi nella mente di questi due uomini riemergono tutti insieme, adesso. Fatti che, confusente affastellati come i pezzi estratti dalla scatola del puzzle, partecipano a comporre la loro rabbia. Si parla ancora dell’Appo di Oaxaca e della presidenza Fox, di repressione ma soprattutto delle maniche da rimboccarsi questo pomeriggio dentro e fuori dall’accampamento perché il capitolo della riforma non si chiuda qui. Non oggi. Intanto una scritta rossa ai margini di una piazza discretamente militarizzata recita “poliziotto: ricorda chi ti ha insegnato a leggere e scrivere”.

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